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Speciale: Il modello inglese

Modello inglese: la Premier rischia il collasso

09 - 01 - 2009

L'articolo che segue è stato tratto dal Corriere della Sera.

Premier in crisi, i debiti record di Chelsea e Manchester

Nel marzo 2008, Roman Abramovich è stato inserito da Forbes tra le 15 persone più ricche del mondo, con un capitale di 23,5 miliardi di dollari, all'incirca (milione più, milione meno) 17,2 miliardi di euro. Per capirci, la Finanziaria varata dal governo italiano nel dicembre 2007 era di 16
miliardi. Poi è arrivata la crisi. Oggi il povero oligarca russo si deve accontentare di un capitale che è un decimo rispetto a quello di un anno fa. Per questo, dicono i tabloid inglesi, da qualche settimana Roman è alle prese con l'annoso dilemma: per rientrare di 200 milioni vendo il Pelorus, il mio yacht da 115 metri, o il Chelsea? I tifosi Blues, per il momento, possono stare sereni e cantare ancora la «Kalinka» prima delle partite: Abramovich si libererà (forse) del Pelorus, perché nei prossimi mesi il cantiere di fiducia dovrebbe consegnargli l'Eclipse, 167 metri di barca; ma pur tenendosi la sua squadra di calcio, di sicuro il proprietario dei vicecampioni d'Europa non ha più intenzione di sperperare. Il mercato? Si fa con i soldi che ci sono in cassa. Cioè con il nulla, visto che il club di Stamford Bridge ha un buco nel bilancio di 331 milioni di euro. Per inciso: se Abramovich decidesse di vendere, chi mai potrebbe permettersi di acquistare una società così indebitata?
C'era una volta l'Inghilterra, quella che «ma quanto sono bravi», quella del «modello inglese», quella che lo scorso anno ha portato tre squadre su quattro in semifinale di Champions, e due in finale. Quella che anche in quanto a debiti non è seconda a nessuno. Michel Platini, presidente
dell'Uefa, prima della finale di Mosca, dichiarò che «non è giusto che vinca chi ha i bilanci più in rosso». Magari non sarà giusto, ma è un fatto. Il Chelsea è il pallone più gonfiato di un pallone che rischia di esplodere. Perché non è che Manchester United, Liverpool e Arsenal, ovvero le altre tre
componenti del quartetto di Champions, stiano molto meglio. Dice: sì, ma i club inglesi si salvano sempre perché sono proprietari degli stadi in cui giocano. Replica: vero, ma a metterci i soldi sono i russi, gli arabi, gli americani, gli ucraini. Il giorno in cui si dovessero stancare e decidessero di lasciare l'Inghilterra agli inglesi, che cosa accadrebbe della «ricca» Premier?
Per un Manchester, il City, che si sente al sicuro dalla crisi grazie ai dollari dei petrolieri arabi (ma intanto rischia di finire in zona retrocessione), ce n'è un altro, lo United, che sta seduto sul trono
d'Europa ma anche su un indebitamento di 770 milioni di euro, il secondo della Premier League (dopo i 935 milioni del Chelsea, of course), e si interroga su quanto resisterà il logo Aig sulle sue maglie rosse. Aig era la più grande compagnia assicurativa del mondo, prima che il crollo delle Borse la trasformasse in un buco nero. Lg e Saudi Telecom sono pronte a subentrare, perché il Man-U è un marchio che si vende da sé, ma Malcolm Glazer, il proprietario americano del club, deve metterci molto del suo (di patrimonio) per tenere la società in linea di galleggiamento.
L'Arsenal ha puntato tutto sul nuovo stadio, ma per costruirlo si è indebitato mica da ridere (il bilancio dice meno 490 milioni): il problema è che la crisi ha investito anche il progetto immobiliare dei Gunners, e i conti non tornano più. Come a Newcastle, dove il club coltivava grandi sogni: poi però il proprietario Mike Ashley ha perso un tot in Borsa, all'incirca 380 milioni di euro, mentre lo sponsor, la Northern Rock, è stata una delle banche britanniche che più ha subito la crisi. La conclusione è che i bianconeri sono in vendita, come rischia di diventarlo il West Ham di Zola, dei proprietari islandesi e dei debiti infiniti. Gli unici a non essersi ancora resi conto che l'aria è cambiata sono i giocatori. I tifosi invece l'hanno capito eccome, e per la prima volta da anni gli stadi non sono più pieni. Tanto che la Football Association ha deciso di tagliare del 25 per cento il prezzo dei biglietti delle partite casalinghe di qualificazione ai Mondiali 2010, quelle con Slovacchia, Ucraina e Andorra: «Vogliamo rendere più accessibile la nazionale alle
famiglie in questo periodo di crisi economica». Ed evitare di avere Wembley mezzo vuoto. Dio salvi la Premier League.

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