Siamo tutti uguali sotto questo cielo PDF Stampa E-mail
Sabato 28 Giugno 2014 10:22

Riportiamo dal sito Sportpeople.net una bellissima lettera per Ciro e per gli ultras, perché la morte non ha colori. Ciao Ciro, vivrai per sempre nella tua curva…

 

Ho poco più di venti anni, vado allo stadio in maniera costante da circa 8. Ho passato le domeniche della mia infanzia a correre, insultare, gridare, giocare sui gradoni ruvidi di uno stadio di C2, mentre mio nonno guardava la partita. Lo stadio era un posto dove conoscere e ritrovare persone. L’ho sempre vissuto con spensieratezza. Con il passare degli anni, dopo il trasferimento, prima nella grigia Brianza poi nella eterna Roma, avevo perso il contatto con quell’ambiente, fino a ritrovarlo il 17 Dicembre del 2006. Tuttavia non fu più come prima, era cambiato tutto, il mondo delle curve e il mio sguardo di bambino, che era ormai sparito.

Da quel giorno un parte di me è cambiata, ho iniziato a vedere il calcio non solo come uno sport, ma anche come una occasione di stare insieme a gente che condivide la tua stessa passione. Poter essere parte attiva del gioco, essere uno spettacolo nello spettacolo, diventare una forma di arte viva, che muta e cambia seguendo il filo del gioco, come fossi un fenomeno naturale. Un cuore che batte più forte degli altri e che fa battere più forte quello di chi ti sta vicino. L’abbraccio, vero, profondo, puro dopo il gol con gente che mai hai visto, ma che in quel momento sono semplicemente dei Fratelli.

Una grande, enorme famiglia che ti regala un sorriso e un abbraccio anche se non lo chiedi.

Purtroppo però non sempre siamo tutti fratelli, o meglio non ci comportiamo come tali, sarebbe bene che ce lo ricordassimo tutti e sempre.

L’emozione del prima, la gioia e la delusione del dopo, come fare l’amore, un amore che mai potrà finire. Le farfalle allo stomaco prima della partita, la sensazione di nausea al solo pensiero di toccare cibo prima del fischio di inizio. Uscire di casa 4-5-6 ore, se non di più, prima della partita, perché in casa si soffre. Non essere in grado di stare fermi, in silenzio, di non bestemmiare, fumare, masticare, bere, solo per nervosismo. Le esplosioni di rabbia, gioia, frustrazione. Le lacrime per un capitano che dopo una stagione deludente viene sotto il tuo settore a scusarsi e a ringraziarti perché tu c’eri sempre. Le lacrime per una donna che piange il marito, che si emoziona nel sentire il suo nome gridato da 10000 cuori. Spesso si dice che chi non vive il nostro mondo non può capire, una frase ricorrente, ma le emozioni sono le stesse, il motivo che le scatena diverso.

Come lo sguardo di una ragazza che ti fa battere il cuore più veloce e più forte, che ti emoziona e ti manda in un altro pianeta dove nulla ti tange. L’amore. Questo ci spinge a fare tutto quello che facciamo.

I valori che ti insegna questo mondo, che per me sono sempre stati fondamentali, non è vero che non esistono più, non credetegli quando ve lo dicono. Quei valori, l’amicizia, il rispetto, l’appartenenza esistono ancora, bisogna solo vederli, saperli riconoscere e farli propri.

Questa non è una moda, un modo per sembrare più “figo” agli amici o agli occhi delle amiche, chi lo fa per questo non ha capito niente. Questa è una chiamata. Chi non sente il cuore sussurragli parole dolci per una partita non è veramente parte di questa famiglia e non ne dovrebbe fare parte.

Certo il nostro è un mondo variopinto, colorato, colorito, a volte violento, bello. Ma molti si dimenticano che è la vita che è così, non solo lo stadio. Il razzismo, la violenza, l’intolleranza sono il nostro pane quotidiano, ma quando ad alimentare queste bruttezze sono le sfere alte, i media e le persone che possono veicolare il pensiero allora non vale alcuna censura, se però lo fai allo stadio, allora la colpa è degli ultras. Povero chi lo pensa, stupido chi ci crede.

In questo mondo ci sono divisioni, a volte fin troppo accese, ma non dimentichiamo che anche se i colori sono differenti il cuore che batte è lo stesso, il sangue che ci scorre nelle vene è del medesimo colore. Siamo tutti uguali dietro la nostra maglietta.

Per questo, forse, ieri ho pianto nel sentire che è morto un ragazzo, per colpa di un oggetto che il nostro mondo non deve conoscere: una pistola. Non c’è niente di dignitoso nell’averla appresso in una occasione simile. Non c’è nulla di ultras nel puntarla verso qualcuno, non c’è nulla di umano nel fare fuoco per questo motivo. Ma si sa, certe mentalità di umano non hanno nulla. Chi crede nell’odio verso il diverso, nell’oppressione per partito preso, nella complicità verso chi sfrutta, non è un essere umano.

Gioire per la morte di un ragazzo è da infami, più dello sparare, perché probabilmente non si avrebbe nemmeno lo stomaco di sparare ad una persona, ma ce ne si vanta. Questi comportamenti non fanno parte di nessuna etica od “onore”, visto che in molti lo sbandierano ai quattro venti, senza conoscerne il significato.

Ed è per questo che le mie lacrime versate per un ragazzo come me, mi fanno sentire ancora un uomo. Perché il mio cuore batte ancora e perché questo mondo io lo amo e da ieri una persona non potrà più amarlo, ma come altri, purtroppo, dovrà farlo attraverso le persone che lo porteranno per sempre con sé, amici e nemici.

[FONTE: Sport People]