Il Friuli e le operazioni fantasma di Manenti: ecco cosa c'è dietro la crisi del Parma Stampa
Martedì 24 Febbraio 2015 17:11

Il patron del club ducale è stato scaricato dal friulano Rosini che collaborò con la slovena Mapi che non concluse mai le promesse acquisizioni milionarie

 

Giampietro Manenti, il Parma e la ditta in Slovenia, nella vicina Nova Gorica, creata grazie ai “ganci” friulani dell’imprenditore di Limbiate. Ma se in Emilia soltanto in queste ore le mosse del patron del club ducale puzzano terribilmente di bluff, in Friuli già un anno fa il giochino delle promesse mai mantenute – per finanziare dall’estero delle acquisizioni milionarie – aveva portato alla rottura dei rapporti tra Manenti e i suoi conoscenti friulani.

La matassa, come spesso succede in questi casi, è difficile da districare e si deve partire da lontano: nel tempo e dal Friuli. Dalle trattative per l’acquisto delle Cartiere Paolo Pigna da parte della Mapi Grup d.o.o. la ditta con sede in una anonima casetta di campagna nella zona industriale di Nova Gorica. Era il giugno del 2013, quando l’affare saltò, ma il contatto tra Giorgio Jannone, presidente e amministratore delegato del gruppo, in Parlamento al fianco di Silvio Berlusconi dal ’94 e fino allo scioglimento della XVI legislatura (nel marzo 2013) era precedente.

L’imprenditore residente in Brianza e l’onorevole Jannone si conoscevano già da qualche tempo, grazie alla presentazione di quello che è stato fino allo scorso aprile il suo prokurist – non socio – in seno alla Mapi, uno dei “ganci” friulani: Giacinto Rosini.

Colonello dell’esercito in pensione, particolamente conosciuto all’estero (soprattutto in Repubblica ceca) dove ha lavorato per anni, Rosini, originario di Mossa, in provincia di Gorizia, ora vive tra Civitavecchia e la Bassa friulana, nella zona di Torviscosa. È stato lui a informarsi, su richiesta dell’attuale presidente del Parma, sulla procedura per la creazione di una ditta di servizi in terra slovena.

Per questo si è appoggiato all’altro “gancio” friulano, un imprenditore di Palmanova che l’ha indirizzato verso la Ekotes d.o.o. la società di Industrijska Cesta 7, a Nova Gorica, che fa capo a Nevenka Bremec e al marito Dusan, commercialisti sloveni che hanno fornito i contatti per la bana d’appoggio, l’austriaca Raiffeisen (sede centrale a Maribor), e hanno accettato di domiciliare lì anche la Mapi. “Ma” come Manenti, “Pi” come Pietro: è così che si fa chiamare l’imprenditore lombardo che, in Italia, dove risulta titolare solo di un’impresa individuale di «pulizia e disinfestazione».

Come Manenti si sia trasformato in uno “scalatore” provetto è un mistero. Perché dopo aver abbandonato la trattativa per la Pigna (le cronache riportano di un mancato appuntamento con Jannone nello studio del notaio Angelo Busani, a Milano, il 24 giugno 2013), il patron del Parma ha continuato a vivere di luce riflessa, arrivando a tentare l’acquisizione anche del Brescia dallo storico presidente Gino Corioni, e della Pro Vercelli. Trovando non pochi avversari in loco.

Nel frattempo altri possibili affari chiedendo consulenza al friulano Rosini, sempre più scettico, evidentemente. Energia e carta nel mirino di Manenti che si interessa qui allo stabilimento Pigna di Tolmezzo (l’ex Icci, rilevata dal gruppo di Alzano nel lontano 1986) che poi verrà rilanciato da una consociata, la Pigna Evelopes che ha stabilito la propria sede legale in Carnia con la benedizione del governo regionale.

Manenti però non concretizza alcuna trattativa e la puzza di bruciato arriva forte alle narici friulane che all’inizio dello scorso anno tagliano i ponti con la Mapi. Mapi che nel frattempo si era arricchita di un socio, l’immobiliarista di Carrara e amministratrice della Alpi&Mare srl, Isabella Camporesi, che Manenti ha coinvolto anche nel salvataggio del Parma e che giovedì sera si è defilata «per divergenze di vedute sul progetto». La verità è che la Camporesi già dall’inizio della settimana non è più in società con il patron ducale: l’atto è stato registrato alla presenza di un notaio in Slovenia ma per l’ufficializzazione servono alcune centinaia di euro. Evidentemente c’è qualcun altro che aspetta un bonifico da Manenti. E non è di 30 milioni.

[FONTE: Messaggero Veneto]