Daspo, l’anomalia nella patria della democrazia Stampa
Mercoledì 10 Luglio 2013 16:24

Una delle “armi” maggiormente utilizzate dal sistema contro gli ultras è sicuramente quella della diffida. Un provvedimento che esiste in tanti paesi europei, con nomi diversi: si va dal “Banning Order” inglese al “Daspo” italiano.

 

Ma la sostanza non cambia: si tratta pur sempre di una limitazione della libertà personale decisa non da un giudice ma da un questore, non in sede processuale ma nel suo ufficio in questura, non dopo aver vagliato prove e testimoni ma dopo aver letto un rapporto di polizia, e spesso nemmeno questo… Si tratta di un’arma subdola, che ha fatto molti danni nel corso degli anni tanto da essere proposta anche per le manifestazioni di piazza, e che oggi può essere emanata anche in assenza di un vero e proprio reato. Un’assurdità giuridica ed ideologica in un paese (l’Italia, ma più in generale l’Europa) che ha fatto di democrazia e libertà due cavalli di battaglia. Oggi gli ultras vedono la diffida come un male necessario, qualcosa che prima o poi arriva. Molti ne hanno fatto anche motivo di vanto, secondo un’usanza particolarmente stupida e purtroppo presente legata al “bullismo” tipico di alcuni: vantarsi delle proprie diffide, a volte prese in maniera assolutamente stupida ed evitabile. Ci sono anche questi. Ma è bene fare un passo indietro e ripercorrere la storia di questo provvedimento, dal momento della sua introduzione…

1989. Nell’estate del 1989 il governo italiano vara una serie di provvedimenti volti a limitare la violenza negli stadi. Sono anni caldi dal punto di vista dell’ordine pubblico negli stadi, e la stagione 1988/89 appena conclusa è stata decisamente una delle più “nere”: ad ottobre, prima di campionato, muore l’ascolano Nazzareno Filippini per le lesioni riportate in uno scontro con gli Skins Inter. Poi sul finire del campionato ci lascia le penne il romanista Antonio De Falchi dopo essere stato aggredito nei dintorni di San Siro da ultras milanisti; e la stessa domenica per poco non ci scappa anche il terzo morto stagionale: il quattordicenne bolognese Ivan Dall’Oglio rimane gravemente ustionato per lo scoppio di una molotov lanciata dai supporters della Fiorentina contro il treno dei rossoblù. Come se non bastasse in Inghilterra c’è appena stata la strage dell’Hilsborough, ed insomma ce n’è abbastanza per decidere un primo giro di vite sulla violenza negli stadi. Fra l’altro manca un solo anno ai mondiali che si giocheranno in Italia, e qualche deterrente per i tifosi violenti serve come non mai… Nasce così la legge n.401/89, che dispone per tutte le persone denunciate in occasione di manifestazioni sportive la possibilità di essere “banditi” dallo stadio per un periodo di tempo che va da un mese ad un anno. Insomma, le prime diffide. Tale decisione può essere presa da un prefetto sulla base di un rapporto del GIP. Ed è praticamente impossibile presentare ricorso, non trattandosi di un provvedimento penale ma amministrativo. E’ il principio di una multa, solo che qui si va a limitare la libertà di una persona, non a fargli pagare il conto per un parcheggio sulle strisce blu. E naturalmente ci sono anche le prime vittime predestinate: il primo giro di diffide infatti finisce per colpire quei gruppi che all’epoca sono considerati in qualche maniera “scomodi”: gli Skins Inter, il Gruppo Brasato del Milan, Alcool Campi della Fiorentina ed Irriducibili Lazio. Non escluderei, dal momento che si parla di personaggi scomodi, che in molte curve questo provvedimento non dispiaccia ai “vertici” anzi… Poi piano piano il discorso si allarga sempre di più, e nella prima metà degli anni ’90 tutte le curve d’Italia hanno già il loro bel gruzzoletto di diffidati… Nel frattempo però le curve cominciano a cambiare pelle: nel 1991 si sciolgono le Brigate Gialloblù di Verona proprio a causa dell’alto numero di diffidati, seguite a ruota da molti altri gruppi come gli Eagle’s Supporters Lazio, e via via molti altri…

L’ERA DEL DASPO. Nel 1995 Maroni, allora per la prima volta Ministro degli Interni, allarga la possibilità di costringere la persona indicata, nei casi più gravi o di recidività, a firmare in Questura. Inoltre il buon ministro leghista ha la bella idea di dare più poteri ai questori, che d’ora in avanti saranno loro (e non il prefetto) a decidere se diffidare o meno una persona, e non sulla base di un rapporto del GIP, ma direttamente della Digos. La diffida, così genericamente chiamata, prende il nome scientifico di Daspo. Insomma, si assiste ad una nevicata di diffide, e se fino a pochissimi anni prima il provvedimento toccava chi si era realmente reso responsabile di qualcosa, dalla metà del decennio in poi si assistono alle motivazioni più disparate, alcune degne della peggiore commedia all’italiana: stai sulle palle al questore? Diffida! Hai lanciato un coro contro le forze dell’ordine? Diffida! E’ successo del casino allo stadio ma la polizia non riesce a rintracciare i responsabili? Vieni diffidato tu perchè sei uno degli elementi più in vista del gruppo… La storia comincia a riempirsi di sbirri viscidi che basano la loro carriera sulle diffide che riescono ad emettere, e l’opinione pubblica tende a pensare che non è un problema loro e che se uno si becca la diffida “qualcosa avrà fatto”… Gli italiani sono famosi per non capire mai un cazzo! La prima generazione di ultras finisce un pò alla volta per mollare, molte curve sbandano, cambia anche la visuale: se fino a pochi anni prima il nemico numero uno era il tifoso della squadra avversaria, a partire dalla seconda metà degli anni ’90 diventa il poliziotto. Ed ai poliziotti tutto sommato va bene così, per loro è più che mai necessario avere un nemico da combattere per giustificare le loro pretese e le loro mosse degne di una Gestapo, e pazienza se invece di risolvere un problema lo si incancrenisce…

DA UNO A TRE ANNI. Nella seconda metà degli anni ’90 si moltiplicano nelle curve striscioni e cori a favore dei ragazzi diffidati. Il mondo ultras organizza anche una giornata di sensibilizzazione sul tema, con l’esposizione simultanea in molte curve dello striscione “Libero cittadino? No, ultras!” per sottolineare le sempre più evidenti discrepanze di trattamento. Ma non se li caga nessuno, quando una notizia è scomoda in Italia non la si da! Non bastasse tutto questo, all’alba del nuovo millennio viene deciso un nuovo giro di vite: vengono inasprite le pene, viene introdotto l’arresto in “flagranza differita” fino a 36 ore dai fatti, la durata di un Daspo passa a tre anni, e viene allargata anche a tutte le zone cosidette “di passaggio” come le vicinanze di uno stadio ma anche stazioni ferroviarie, aeroportuali, autogrill interessati al passaggio delle tifoserie. Si va a creare una nuova categoria di emarginati sociali: i diffidati! Ovviamente non cambia il principio del “diffidare tutti, diffidare alla cazzo”, e la rabbia che monta nelle curve verso le divise è sempre più alta. Ben presto si avrà l’effetto che si ottiene quando si mette un tappo alla valvola di una pentola a pressione: la pentola prima o dopo esplode! E così ben presto anche i tre anni di diffida e la flagranza differita smettono di essere un deterrente, la nuova generazione ha sempre meno scrupoli e sempre meno da perdere, in molte partite le forze dell’ordine diventano il bersaglio di una rabbia sempre più incontrollabile. Purtroppo nasce anche un’altra tendenza, cioè quella di tenere gli elementi più in vista di un gruppo o di una tifoseria “appesi per le palle”: fino a quando mi servi ti abbuono le cazzate, nel momento in cui non mi servi più ti elimino. Un gioco subdolo, a cui purtroppo qualche ultras si presterà iniziando a tenere un piede in due scarpe. Altri non si prestano al gioco, e molte curve (quasi tutte) finiranno col dividersi profondamente e spesso irrimediabilmente… Il 2 febbraio 1997 il poliziotto Filippo Raciti rimane ucciso (dal fuoco amico? Il dubbio rimarrà sempre…) al termine di un bollente Catania-Palermo. Da quel momento in poi il mondo ultras, come lo conoscevamo negli anni precedenti, cesserà di esistere.

NUOVA ERA. Telecamere anche nei cessi degli stadi, tornelli, biglietti nominativi, divieto di introdurre striscioni e materiali di tifo, Daspo fino a cinque anni e possibilità di emettere la diffida “preventiva” (cioè in assenza di reato, nei confronti di quelle persone che siano considerate pericolose). Sono solo alcuni passaggi della legge anti-violenza voluta dal governo nel dopo-Raciti. Per gli ultras inizia una nuova era, si diventa più sotterranei, meno invadenti e rumorosi. Ma chiaramente le cose in senso generale non migliorano: gli stadi si svuotano irrimediabilmente, il tifo perde i pezzi, la violenza non cessa anche se qualcuno vorrebbe far credere il contrario: la morte di Gabriele Sandri, in questo senso, la dice lunga… Si moltiplicano le operazioni di polizia contro il tifo violento, come arresti di massa in piena notte e perquisizioni domiciliari, ma  più di tutte risuonano le parole del responsabile del Centro Studi di Polizia, il Dottor Marinelli, che dichiara: “Molti gruppi storici si sono sciolti perché gli ultrà con l’inasprimento dei controlli e delle pene non vogliono più essere identificati o identificabili… abbiamo ottenuto il solo effetto di sbaragliare chi agiva alla luce del sole. Magari non erano stinchi di santo, si parla di gruppi di tifosi non di comitive di boy scout, ma almeno erano interlocutori e controparti riconoscibili. Oggi le curve sono diventate un piatto ricco per chi è coinvolto in attività di vario tipo. Inoltre il tifo è quasi scomparso”. Ma non importa, almeno dal punto di vista dei burattinai: da una parte come già detto c’è l’interesse tutto poliziesco ad avere sempre dei nemici da combattere; dall’altra quello di qualche personaggio losco, a cui il cosidetto “calcio moderno” tutto televisione e niente passione fa fare affari d’oro ed a cui gli ultras con le loro prese di posizione rompono le scatole un bel pò… La tessera del tifoso è stata l’ultima trovata in ordine di tempo: per effetto dell’articolo 9, all’inizio, non poteva essere rilasciata a chiunque avesse riportato condanne anche non definitive per reati da stadio. Tradotto significava: hai preso vent’anni fa una diffida per aver combinato una cazzata allo stadio? Ti scordi vita natural durante di poter mettere piede sugli spalti! In questo senso la protesta di massa degli ultras è servita a qualcosa: con una circolare il ministro Maroni (lo stesso che ha introdotto il Daspo nel ’95) ha precisato che l’articolo 9 è da intendersi per tutti coloro che hanno ricevuto una condanna penale anche non definitiva negli ultimi cinque anni per reati da stadio. Da febbraio 2011 l’articolo 9 è applicato anche ai singoli biglietti delle partite…

DASPO OGGI. Oggi in Italia esistono quattro tipologie differenti di Daspo. Una per tutti i gusti insomma:

  • il DASPO del Questore (per il quale è prevista una durata massima di 5 anni e la convalida della Autorità Giudiziaria);
  • il DASPO giudiziario (accessorio ad una sentenza di condanna per reati connessi a manifestazioni sportive, può essere disposto per il periodo da 2 a 8 anni, così come l’obbligo di presentazione ad un ufficio o comando di Polizia, unitamente all’eventuale ulteriore pena accessoria di effettuazione di servizi socialmente utili);
  • il DASPO preventivo (svincolato dall’accertamento di reati e, come si è già detto, destinato a chi, “sulla base di elementi oggettivi, risulta avere tenuto una condotta finalizzata alla partecipazione attiva ad episodi di violenza in occasione o a causa di manifestazioni sportive o tale da porre in pericolo la sicurezza pubblica in occasione o a causa della manifestazioni stesse”);
  • il DASPO internazionale (provvedimento di divieto di assistere a manifestazioni sportive all’Estero o comminato dalle competenti autorità di Paesi membri dell’U.E. in relazione a competizioni che si svolgono in Italia).

Oggi in Italia un ragazzo che accende un fumogeno allo stadio per fare una coreografia rischia di passare i prossimi tre anni della sua vita in questura a firmare: fin troppo chiaro che così si incattivisce ancora di più! Se poi consideriamo che una percentuale vicina al 75% dei diffidati (o daspati) non arriva al processo per decorrenza dei termini o, se ci arriva, viene spesso assolta per insufficienza di prove possiamo ben capire quanto il Daspo sia utilizzato alla cazzo di cane. I motivi? Li ho già spiegati sopra…

LA SITUAZIONE ALL’ESTERO. In Inghilterra, come già accennato, esiste il “banning order”, in forza del quale può essere vietato l’accesso agli stadi per un periodo da 3 a 10 anni a chi è stato condannato per violenza tentata o consumata, bagarinaggio, possesso di armi, alcoolici, oggetti atti ad offendere, fuochi artificiali, etc. Consentendo l’ordinamento britannico misure ancor più restrittive è stata inoltre conferita alle forze di polizia la possibilità di fermare per 6 ore e addirittura di mantenere in stato di arresto per 24 ore (con ordine di comparire innanzi al Tribunale entro le 24 ore successive) chi, nei cinque giorni precedenti l’evento sportivo, sia semplicemente sospettato della commissione di precedenti atti di violenza: ampi sono i poteri attribuiti alla stessa polizia quanto alla classificazione degli elementi sospetti (in teoria, potrebbero bastare segni esteriori quali tatuaggi, abbigliamento, e così via). In Germania si punta più sulla prevenzione e l’educazione che sulla repressione fine a se stessa, la Polizia tedesca è, in ogni caso, dotata di notevoli mezzi di prevenzione, in particolare di strutture e fondi idonei a garantire una attività di intelligence che consenta una anticipata e certa conoscenza dei soggetti più pericolosi, nonché il loro controllo. I clubs debbono collaborare alla individuazione ed identificazione dei tifosi più violenti, rispetto ai quali può essere disposto l’ostracismo dagli stadi, anche a tempo indeterminato. In Spagna il divieto d’accesso agli stadi può arrivare fino a 3 anni di durata, oltre all’interdizione è prevista una multa di 3.000 €, inoltre come in Italia è prevista la firma durante gli orari delle partite. In Francia è in vigore dal 1993 una legge contro la violenza nello sport, integrata nel 2003 da altre e più incisive norme (fino a 5 anni di carcere per chi danneggia beni pubblici; fino a 2 anni di carcere per la violazione del divieto di assistere alle partite; fino a 3 anni di carcere per il lancio di oggetti o l’introduzione nello stadio di coltelli, aste, striscioni, bulloni, catene, fuochi d’artificio, razzi; fino a 1 anno di carcere per l’introduzione di simboli razzisti o xenofobi, per il possesso di bevande alcooliche, per l’invasione di campo; pene minori per chi, nel corso di incontri internazionali, abbia a contestare, anche mediante fischi, l’inno nazionale francese). Inoltre, a seguito della morte di Julien Quemener nel 2006 causata da un agente di Polizia, è stata imposta alle associazioni dei tifosi una serie di regole ferree, tra le quali il divieto di acquisto di biglietti (per quelle non riconosciute ufficialmente), l’obbligo di incontrare i rappresentanti delle Forze dell’Ordine prima delle partite, l’obbligo di ricevere dalla Polizia le liste dei tifosi interdetti dalla possibilità di recarsi allo stadio e di impedirne l’accesso. In ipotesi di ripetute violazioni e in presenza di associati particolarmente violenti, il Ministro degli Interni può disporre lo scioglimento dell’associazione di tifosi (la loro ricostituzione comporta una pena fino a 2 anni di carcere e € 30.000,00 di multa). Curiosa la situazione in Argentina, dove esiste il Derecho de Amission, valido solo per la provincia di riferimento: in pratica un tifoso di una qualsiasi squadra di Buenos Aires può vedersi vietare tutte le partite nella provincia della Capitale ma può tranquillamente partecipare alle trasferte fuori da Buenos Aires. Inoltre le società collaborano con la polizia nello stilare una lista dei tifosi “indesiderati”: succede pertanto che in quelle tifoserie in cui due o più gruppi “combattono” per il controllo della tifoseria, la barra “official” vada dalla società a consegnare un elenco di nominativi dei gruppi rivali, che vengono poi passati alla polizia per l’emissione dei divieti. Insomma, c’è anche chi sta peggio di noi, il che è tutto dire…

[Fonte: Ultrasontour.org]


 

Striscione dei BOYS con scritta "Ultras liberi". Esordisce a Bergamo il 9 marzo del 2003, per Atalanta-PARMA. Al centro è cucita una bandiera con lo Scudo tra leoni, simbolo che sarà poi dipinto direttamente sullo striscione.