Piccolo manuale di sopravvivenza del tifoso di calcio Stampa
Domenica 19 Agosto 2012 11:36

Interessante e nostalgico articolo tratto dal sito sodaliziolazio.com..

 

Andiamo a vedere la partita? No, andiamo allo stadio.
Sono due modi diversi d’intendere la questione. E due mondi: uno fatto di biglietti, posti numerati, poltroncine, spettacolo, applausi e binocoli per veder meglio i giocatori, le azioni, gli schemi, ben oltre gli spalti. Un altro, fatto di caffè Borghetti, noccioline e semi salati, fumogeni, posti in piedi, sciarpe, amicizia, abbracci, urla, rabbia, risate, birra e porchetta.Due mondi distanti. E da un po’ se n’è aggiunto un terzo, ancora più lontano. Anni luce. Fatto di telecomandi, schermi lcd e di pay tv. Comodo come una fumeria d’oppio.

Noi, però, non accendiamo il televisore e facciamo finta di non vedere il codice a barre del biglietto. Noi continuiamo ad andare allo stadio. Non supereremo mai questa fase.

Andiamo allo stadio, dove la partita è un pretesto. Ci andiamo perché lo stadio è una cultura. O una sottocultura? Argomento da sociologi. Si scandalizza qualcuno se diciamo che è – semplicemente – una cultura popolare?

Roba, comunque, nata tanti anni fa, quando allo stadio s’andava in giacca e cravatta dopo la messa della domenica, ma poi la giacca finiva sulle spalle, le maniche della camicia arrotolate, il colletto slacciato per urlare più forte e le scarpe buone rovinate per prendere a calci i tabelloni di compensato dell’Aperol Soda appoggiati alla rete di recinzione del campo.

Roba che, nonostante tutto, continua ancora oggi, con i ragazzi più giovani che vanno allo stadio con i parka, le sciarpe a bande larghe di lana, le grafiche “vecchio stile” sulle magliette, magari con i disegni dei giocatori del Subbuteo, e tanta nostalgia (ammirazione?) per i riti e gli stili del passato.

E in mezzo? In mezzo tra il parka di oggi e la cravatta slacciata di ieri?

In mezzo, in tutti questi anni, c’è chi la partita la giocava prima che entrassero in campo le squadre. E la considerava vinta, indipendentemente dal risultato finale, solo se la curva e lo stadio si riempivano, contando con preoccupazione i minuti che mancavano al fischio d’inizio, con la speranza che i vuoti sulle gradinate si colmassero in fretta e che tutti alzassero le sciarpe sopra la testa, come gli scozzesi del Celtic.

In mezzo ci sono gli occhi lucidi nel vedere in Tv (in questo caso per necessità e in bianco e nero) le partite del Liverpool, con la folla dell’Anfield che canta You’ll never walk alone. E i match del Cinque Nazioni di rugby con Lansdowne Road a Dublino che si trasforma in un gigantesco coro intonando Soldier’s Song, gli irlandesi colmi d’orgoglio e di malinconia (come sempre) e Paolo Rosi che in telecronaca esclama: “Che tifo meraviglioso, che pubblico stupendo!”.

In mezzo ci sono gli occhi lucidi per colpa dei lacrimogeni sparati dalla polizia e dai carabinieri sulle tante, forse troppe e inutili, sicuramente ingenue, battaglie tra tifoserie in cui si era trasformato il calcio italiano negli anni Ottanta e negli anni Novanta.

In mezzo ci sono gli occhi lucidi per le lacrime delle risate, per gli scherzi, la goliardia, le battute, gli striscioni di scherno, le trasferte bukowskiane, felliniane e più spesso fantozziane, da raccontare al bar agli amici invidiosi che non c’erano potuti venire e alle fidanzate annoiate e deluse dalla banalità delle nostre passioni.

Infine, in mezzo, ci sono gli occhi lucidi nel non vedere più seduto vicino a te, sul gradone di cemento dello stadio, l’amico e il compagno di tante avventure, ma nel sentirlo ugualmente lì, anche se se n’è andato, portandosi via un pezzo della tua storia collettiva.

Ma non se ne sono andate la voglia di stare insieme, di fare e di tifare insieme, la voglia di far parte e di prender parte. Ce l’hanno tolta, questa voglia, in tante cose della nostra vita, forse ben più importanti. E allora abbiamo provato a riprendercela, allo stadio. Abbiamo provato a vedere se c’era ancora questa voglia, se c’è ancora. La voglia di far festa insieme, di far casino, di alzare la voce, di affermare un noi, oltre il proprio io, anche attraverso uno stile, da creare, da copiare, da far proprio, che però ti distingua e che crei un’identità.

Il calcio è sacra rappresentazione. Alla quale si può partecipare con religioso trasporto, con estasi mistica, oppure ugualmente ma diversamente commossi, come diceva un poeta che se ne intendeva. L’importante è esserci, farne parte: andare allo stadio non solo per vedere la partita. Magari con stile.

Gian Luca Diamanti

[FONTE: Sodalizio Lazio]