Il Tar: Questura, leva quel daspo Stampa
Lunedì 09 Luglio 2012 14:13

Un caso analogo lo abbiamo purtroppo anche avuto qui a Parma, con protagonista sempre la questura romana; come ben saprete un ragazzo dei BOYS era stato arrestato prima della gara Lazio-Parma, dello scorso campionato, dapprima sputtanato da TV e giornali e dopo assolto dal tribunale di Roma per non avere commesso nessun reato. Questo non vale per la questura romana che gli conferma il daspo, in quanto la durata è breve (1 anno) e senza l'obbligo di firma; il problema è che siam curiosi di vedere cosa succederà allo scadere di essa, il famigerato articolo 9 entrerà in vigore per il nostro amico in quanto ha subito un daspo oppure l'assoluzione nelle aule di tribunale sarà presa in considerazione? E’ proprio il caso di dire che in Italia per gli ultras c’è un trattamento speciale da molti anni a questa parte: PRIMA CONDANNATI, DOPO PROCESSATI!

 

«Allucinante». L’aggettivo giusto per la situazione lo trova lui. Lo trova l’avvocato Lorenzo Contucci. L’avvocato degli ultras, lo chiamano. Può essere. E’ certamente l’avvocato delle cause contro un sistema spesso arbitrario, un sistema che si ribella persino alle regole che lo comandano, un sistema che se ne infischia che un giudice stabilisce, ordina, dispone che un ragazzo non ha commesso il fatto per il quale una Questura lo ha daspato. T’abbiamo visto, eri tu e amen se un magistrato radical chic, o forse - chissà - simpatizzante delle curve, t’ha assolto: il daspo te lo tieni, caro Valerio, resterai per tre anni lontano da ogni stadio d’Italia. La Questura, quella di Roma, aveva respinto la sua istanza di revoca del daspo, nonostante fosse passata in giudicato - tradotto: non fosse più appellabile, e dunque fosse divenuta definitiva - una sentenza di assoluzione “per non aver commesso il fatto”. Ma Contucci non s’è arreso. Ha fatto ricorso al Tar del Lazio. Ovviamente, lui ha vinto e il sistema, che si era ribellato al sovrasistema, a un principio di logica prima ancora che a uno di giustizia, ha perso. Ecco come. Il daspo di Valerio. Il fatto è vero, il nome pure, il cognome è meglio ometterlo perché a volte il sistema non solo si ribella, ma si incazza anche con chi ha ricorso contro di lui.

Colpito da un daspo di tre anni, Valerio finisce alla sbarra. I fatti non importano in questo contesto, quello giornalistico. Importano, anzi importavano, in sede processuale. E’ lì che il daspato Valerio viene assolto. Secondo i giudici, non ha commesso i fatti per i quali è stato daspato. Una volta che la sentenza diventa definitiva, il suo avvocato prende carta e penna e fa la cosa più ovvia del mondo. Chiede alla Questura, che ha sede a via San Vitale, di revocare il daspo. Epic fail. Il legale, il Batman delle curve, si sente rispondere che per i poliziotti quei fatti sono stati commessi da Valerio. E quindi il daspo resta. E perché, se dei giudici hanno stabilito che non è vero? Può l’autorità amministrativa emettere dei provvedimenti interdittivi al posto di quella giurisdizionale? Sì, in questo benedetto assurdo Belpaese sì. Può. Ma non può permettersi di accertare la verità al suo posto. Cavolo, ragazzi, è Montesquieu. E’ il principio della separazione dei poteri. Legislativo, esecutivo e giudiziario. «Non vi è nemmeno libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall’esecutivo». Questo l’autore de “Lo spirito delle leggi” lo scriveva circa trecento anni fa. Il fatto di essere riportato su un pezzo di carta, invece che su Facebook, deve avere contribuito a limitare la fruibilità del concetto. Quando la Questura comunica a Contucci che Valerio non andrà comunque per tre anni allo stadio, l’avvocato ricorre al Tar del Lazio. I giudici amministrativi spiegano che per adottare un daspo «è rilevante l’accadimento di determinati fatti (…), i quali si profilino rivelatori - ex se - di pericolosità» e non quindi «una generica pericolosità sociale del soggetto, ma quella specifica che deriva proprio dall’assunzione di determinate condotte nell’ambito di rilevanza, ossia le competizioni sportive». In sostanza, il Tar dice: non conta se Valerio è o no un ultras, conta che abbia o non abbia compiuto il reato connesso a una manifestazione sportiva per la quale era stato processato e assolto e per il quale in precedenza era stato daspato.

Tra le righe della sentenza, i giudici amministrativi lasciano trasparire la loro incredulità: «E’, pertanto, evidente che l’adozione di un provvedimento di divieto di accesso agli stadi deve - in ogni caso - poggiare su elementi concreti, idonei a ricondurre la commissione dei fatti contestati al destinatario del provvedimento». Elementi concreti. Il punto è questo. Nel caso di Valerio, ammonisce il Tar, «è doveroso affermare che sono venuti meno, atteso l’esito del giudizio instaurato per la condotta descritta nel provvedimento impugnato, conclusosi con una sentenza di assoluzione “per non aver commesso il fatto”». Poi si passa al rimprovero. Il Tar bacchetta la Questura di Roma: «Ciò detto, l’Amministrazione (la Questura, ndr) non poteva esimersi dal tenere adeguatamente conto di tale circostanza (…). E’ doveroso pervenire alla conclusione che l’Amministrazione non ha correttamente operato». Non poteva esimersi dal tenerne conto, scrivono i magistrati. Invece è proprio quello che è successo. «Trovo allucinante – dice l’avvocato Contucci a Il Romanista – che in uno Stato democratico la Questura non riconosca il valore di sentenze definitive di assoluzione. Non accade neanche nei regimi totalitari». Mica vero, avvocato, nello Stato di polizia capita. Anzi, nello Stadio. Chissà cosa direbbe Montesquieu.

Daniele Galli

[FONTE: Il Romanista]