Lo Stadio Vuoto Stampa
Giovedì 21 Giugno 2012 17:04

Un bel racconto nostalgico del calcio che fu, visto dalla prospettiva di un blogger pisano ma i cui contenuti possono considerarsi assolutamente universali.

 

L’Attesa iniziava fin dall’inizio della settimana. I giornali ci informavano sulle condizioni del campo e dei giocatori, potevamo assistere agli allenamenti sedendoci comodamente sui seggiolini dello stadio, ascoltavamo i richiami del Mister e sorridevamo nel veder scherzare tra loro i giocatori nei momenti di pausa tra uno scatto e una flessione, al bar, dal barbiere, in fila alle poste e nelle trasmissioni locali non si parlava d’altro:

la partita della domenica.

La domenica mattina : sveglia, colazione e Tirreno, le probabili formazioni, i primi commenti, i dissensi per il tale giocatore lasciato in panchina o la gioia nel vedere il tuo preferito schierato tra gli undici titolari. Ma era la formazione del giornalista, vedrai che il Mister non lo lascia in panchina, vedrai.

I primi riti scaramantici

la sciarpa preparata con cura sul letto, la bandiera, un rapido controllo per vedere se la cucitura ha bisogno di essere rinforzata … ma come comprala nuova, mamma, è quella della promozione ! questa la sventolerò finché vivrò ! 

i pantaloni e la maglietta che portano fortuna, oggi c’è il sole, preparavi anche il cappellino mentre tua mamma avvolgeva il solito piccolo panino con cura nell’alluminio insieme al Billy … il mitico cartoccio di aranciata compagno di mille partite. Lo spuntino che avresti poi consumato nervosamente nei quindici minuti di pausa tra il primo e il secondo tempo immaginando i nerazzurri negli spogliatoi fare lo stesso, bevendo il tè caldo ascoltando le indicazioni concitate del mister. 

Forza ragazzi , vogliamo la vittoria.

L’adrenalina cresceva nell’attesa.

Il pranzo era una formalità. Se la partita era importante, spesso consisteva nel panino seduto sui gradoni dello stadio, durante la lunga attesa.

I cancelli aprivano con largo anticipo e la gente animava gli spalti poco alla volta sin da due ore prima del fischio d’inizio.

Il biglietto l’hai preso ?  l’ho preso sì … l’ho in tasca da ieri sera per non scordarlo !

Fai per bene e divertiti, mi raccomando. 

Sì mamma, a dopo … tanto se il pisa segna senti il boato dell’arèna fin da casa.

Abitavi non lontano dallo stadio, insieme a tuo padre percorrevi a piedi il tragitto parlando di calcio con aria da intenditore, ascoltando i pensieri di tuo padre. Lui sì che se ne intendeva, e quante partite aveva visto prima di te, quando il Pisa giocava con quelle maglie nerazzurre di lana pesante e quei palloni che sembravano di legno.

Grazie a lui condividete questa passione, la prima e forse l’unica vera passione condivisa tra un padre e un figlio.

Gli ultimi metri prima dell’ingresso con gli orecchi tesi verso la curva nord, bordata di fischi … senti babbo, i giocatori avversari stanno calpestando il prato dell’arèna, senti i fischi degli ultras del pisa.

Il sorriso di tuo padre confermava che ci avevi visto giusto.

Un anziano e sorridente inserviente strappava il biglietto e gettava la parte che gli restava in mano in una cassettina di legno nerazzurra … a posto … diceva, e te eri dentro il tuo stadio.

Sotto i gradoni iniziavi a respirare quell’aria che avevi aspettato per due settimane.

L’entrata nello stadio era come l’uscita da un tunnel buio : lo spazio aperto, la luminosa ampiezza dello stadio, il prato verde animato dai giocatori con la casacchina da allenamento intenti a riscaldarsi, le pubblicità delle imprese locali dagli altoparlanti … la concessionaria, la frutta secca … mi par di sentirli ancora.

Sfogliavi il giornalino leggendo statistiche, informazioni, interviste e curiosità sui tuoi giocatori e su quelli avversari. Conoscevi nomi, luoghi e date di nascita di tutti.

Ti voltavi all’indietro verso la gradinata per vedere chi era già arrivato, ti avvicinavi al tuo posto abituale, saluti e strette di mano sorridenti : artista ! ma te a pallone giochi ? bravo !! ma sei forte com’era tù pà ?? … i saluti degli amici di tuo padre che ti avevano visto nascere ed erano felici di vederti insieme a loro con la sciarpa al collo e la bandiera sempre arrotolata in mano.

Seduto al tuo posto in silenzio ti guardavi intorno assaporando con gli occhi, il naso e con le orecchie l’aria, i colori, i commenti, i suoni e gli odori degli spalti che si riempivano piano piano fino a raggiungere il fatidico “tutto esaurito” … spesso avevi l’impressione che si fosse ben oltre il tutto esaurito.

I giocatori entravano in campo, la curva li osannava in coro sventolando decine e decine di bandiere, il resto dello stadio li seguiva diligentemente contribuendo a rendere l’ambiente unico. Te in piedi senza vergogna intonavi tutti i cori che conoscevi a memoria, sventolando la bandiera in faccia ai vicini di posto ma nessuno ti diceva di smettere, anzi, spesso seguiva il tuo esempio.

Petardi, striscioni, bandiere, tamburi, fumogeni, cori, strisce di carta igienica che volavano verso il campo come stelle filanti, coriandoli. 

Tutti vicini, tutti stretti con la pelle d’oca, le bocche spalancate e i palmi delle mani arrossate dal tanto battere.

Le grida, i complimenti, le critiche, le bestemmie, le offese all’arbitro, i cori di risposta ai tifosi avversari stipati in curva sud. Ogni tanto volava qualche ombrello, un accendino o radiolina in campo ma non si faceva male mai nessuno. Anche il mio billy talvolta volava in direzione del guardalinee ma una bella patta data bene da mio padre e la sete che mi restava fino alla sera mi insegnarono presto che era meglio berlo piuttosto che tirarlo in campo.

Quando la tua squadra faceva un goal lo stadio esplodeva in un grido e un abbraccio collettivo per poi sfogare l’entusiasmo in cori diretti al giocatore che aveva segnato.

Quando invece andava in svantaggio, l’azione del goal era preceduta dagli strilli di scongiuro delle donne presenti per poi sfociare in un impressionante e spettrale silenzio interrotto dal boato della sud e da imprecazioni e bestemmie di tutte le tipologie.

La nord ci riportava poi alla realtà e ricominciava a incoraggiare la squadra.

Forza ragazzi che pareggiamo la partita.

Assistere a una partita di calcio era un evento di un’importanza sociale unico. 

Un’occasione di aggregazione insostituibile che univa migliaia di persone differenti accomunate da un’unica fortissima passione.

Quelle ore trascorse seduti sugli spalti di uno stadio hanno generato ricordi, sensazioni, amori e rancori che resteranno per sempre nella nostra mente.

E adesso ?

Adesso ci sono le televisioni

Adesso si fa  di tutto per evitare che la gente si raduni, che si coalizzi e si abbracci per una cosa che non sia politica

Adesso le squadre di calcio sono delle imprese e i giocatori giocano senza passione inseguendo solo la fama e il successo

Adesso tutto è diffidato, controllato, chiuso, recintato, perquisito, vietato, tollerato solo se autorizzato.

Nessun spazio più all’emozione, adesso tutto è calcolato.

Adesso gli orari e le date delle partite di calcio le decidono le televisioni. Per esigenze televisive.

Adesso tutto è visto in funzione del ritorno economico

Adesso ha perso di significato la parola passione

Con un unico tragico e gravissimo risultato :

Lo Stadio Vuoto

In un momento in cui la società civile si trova in una reale difficoltà, non sarà sicuramente il pensiero principe degli italiani ma certamente è una possibilità di cura dei sentimenti che gli è stata tolta.

Una giornata allo stadio, come quelle che si vivevano una volta, aveva una funzione terapeutica nei confronti degli animi della gente.

E’ uno scempio ciò che è stato fatto nel nome di chissà quale sicurezza, per combattere una violenza che doveva essere combattuta sì, ma non svuotando gli stadi.

Con grande rimpianto e amarezza

Sempreforzapisa

[FONTE: Antonio Cassisa]